domenica 5 giugno 2011

L'obbedienza che avvelena - il circolo vizioso del PdL


È stata l'obbedienza - pronta cieca e assoluta - il veleno che ha ucciso il Pdl. O meglio che, inoculato nel suo corpo fin dall'inizio, fin dall'inizio gli ha impedito di esistere veramente come partito. Bisognava obbedire a Berlusconi, questa la regola: dargli sempre ragione, o perlomeno non azzardarsi mai a criticarlo esplicitamente e con una certa continuità.
Intendiamoci: anche in un partito l'obbedienza è necessaria. Ma in dosi appena eccessive essa diventa micidiale. Abitua chi comanda a credersi infallibile, e chi obbedisce a non avere idee, a ridursi a un ruolo totalmente passivo. Oppure, com'è capitato a Fini, induce cieche ribellioni senza futuro. Ma c'è una cosa ancora più grave, ed è che quando vige il principio dell'obbedienza quel che ne risulta è inevitabilmente una selezione alla rovescia. I primi posti e le maggiori prebende vengono assegnati a coloro che si mostrano più obbedienti: e cioè, in genere, ai più deboli, ai più conformisti. Insomma, prevalgono i più incapaci.
Non voglio dire con ciò che allora i maggiori esponenti del Pdl sono stati fino a oggi tutti degli incapaci. Sto dicendo che fin qui, però, tutti non hanno fatto altro che obbedire in silenzio (le due sole eccezioni di rilievo essendo, a quel che si sa, da un lato Giulio Tremonti, corazzato dal suo rapporto con la Lega e dalla sua inscalfibile arroganza intellettuale, e dall'altro Gianni Letta: l'unico capace, quando il troppo era proprio troppo, di dire a Berlusconi il fatto suo). Hanno obbedito in silenzio anche persone dal curriculum non insignificante, persone dotate di cultura e di autonomia di giudizio.
Ma perché lo hanno fatto? Io credo perché erano convinti e/o consapevoli che i voti, alla fine, li portava solo Berlusconi. Solo lui: con i suoi soldi, le sue televisioni, il suo carisma. Tutto il resto, a cominciare dalla loro personale qualità umana e politica, agli occhi dell'elettorato sarebbe contato insomma poco o nulla, e dunque per i disobbedienti non c'era alcun futuro. Si è così alimentato un circolo vizioso: più essi ubbidivano, più di per sé finivano per non contare nulla; ma più non contavano nulla e più erano costretti fatalmente a ubbidire. Un circolo vizioso di cui la leadership di Berlusconi si è molto avvantaggiata. Ma di cui lo stesso Berlusconi si è alla fine trovato prigioniero, arrivando a pagare un prezzo altissimo, e cioè la disintegrazione del Pdl come strumento politico di qualche utilità. A quello precedente è così subentrato un nuovo circolo vizioso: più il premier perdeva smalto e consenso e più il Pdl e i suoi uomini sul territorio erano inchiodati alla loro pochezza, alla loro piccola statura politica; ma più ciò accadeva e più l'immagine del capo stesso finiva anch'essa per appannarsi ulteriormente.
È questo il meccanismo che si è messo vorticosamente in moto nei primi due turni delle amministrative, e tutto lascia credere che se gli attori e le parti rimarranno quelli visti finora esso sarà difficilmente reversibile. Ma se è così, se Berlusconi da solo non ha più i voti, se non rappresenta più la garanzia che prima rappresentava, allora nel Pdl l'obbedienza, semmai lo è stata, non è più una virtù. Allora per i suoi esponenti di prima come di seconda fila è venuto il momento di alzare la testa, di cominciare a disobbedire, di provare a esistere politicamente. Le primarie possono essere uno strumento. Altri se ne possono trovare. Ma ciò che oggi è decisivo è una cosa soprattutto: che imparino a disobbedire. Anche ad Alfano, se necessario.

Parliamone del PdL. Ma senza omertà

di Fabio Rampelli

Nel palazzo va molto di moda il politically correct, il resto si omette per quieto vivere, per timore delle ritorsioni, per mantenere profili “bassi” che parrebbero garantire premi alla carriera. La parola d’ordine del nostro tempo è “volare basso”. Mi ostino – per fortuna in buona compagnia – a prediligere le idee, i contrasti, garbati ma chiari, la passione antica che sprigiona energie, la costruzione di sintesi date dalla somma dei contenuti e non dal loro annullamento, il movimentismo (né quello da salotto e né quello dei cortigiani).
Prima questione, abbiamo perso. La sconfitta di Milano e Napoli non vale il discreto risultato ottenuto né il mantenimento del primato sul collassato Pd. Fanno eccezione la Calabria dell’astro Scopelliti, lo strabiliante risultato dei candidati provenienti dal nostro vivaio e un pugno di città dove si sono osservati gli scenari e compiute scelte coraggiose con volti nuovi. Qui si è invertito ogni pronostico.
Seconda questione, nel Pdl il caos non viene alimentato da militanti e simpatizzanti (che avrebbero le loro ragioni per ribellarsi) ma da dirigenti, uomini di governo, sindaci, presidenti, persone scelte per ricoprire ruoli importanti che dovrebbero dare l’esempio e, invece, stracciano regole invalicabili e gettano i “nostri” nel panico. La più importante delle convenzioni è infranta: quella che vedeva la cancellazione di ogni dissidio interno nel periodo elettorale laddove il diritto alla polemica valeva fino al giorno della chiusura delle liste, poi si remava tutti nella stessa direzione.
Occorrerebbe sottoporre preventivamente taluni dotti analisti del Pdl al test della “scarpa sporca” per sapere se hanno calcato la trincea elettorale e se si sono guadagnati il diritto di tribuna. Ne scopriremmo delle belle. In alcuni casi assistiamo perfino a personalità che fanno la morale al Pdl avendo ufficialmente fatto campagna elettorale contro il Pdl. A chi, insomma, invoca regole e congressi, salvo rispettare solo le norme che gli convengono, andrebbe iniettato il siero della verità.

Pensieri sul futuroPrima di parlare dei congressi, del simbolo, del nome del partito e, perfino, della sua struttura organizzativa dobbiamo chiederci se c’è ancora lo spazio per costruire un “partito di credenti”. Vita, famiglia, persona, comunità, lavoro, identità, salute, ecologia, libertà, etica, legalità, cultura, solidarietà, formazione, sicurezza, umanesimo, devono diventare l’ossatura del nostro movimento. Chi viene da An ricorda il fallimentare tentativo di costruire un “partito di programma”, da molti interpretato come il passaggio in subordine dei “valori”. Da lì iniziò il viaggio verso il relativismo culturale di Fini, si cominciarono a perdere consensi, a rincorrere temi di sinistra, fino a trovarsi a sinistra. Il senso d’appartenenza non è un orpello e non ci deriverà dal federalismo fiscale, dalla riforma del pubblico impiego, dallo spostamento dei ministeri, dalle privatizzazioni, dall’alta velocità. Possiamo fare il più bel “partito di programma”, ma se non ci si soffiano dentro i valori, sarà da tutti considerato solo un artificio tattico. Ognuno si sentirà pronto a tradirlo.

La persona, gli obiettivi strategiciRealizzare un movimento di credenti significa non mettere più all’ultimo posto la formazione della classe dirigente. Non burocrati, tecnocrati o veline, ma persone capaci di profondità e tenuta morale. Gli uomini e le donne del Pdl devono essere dotati di cultura politica, capaci di mediare soluzioni, comporre conflitti, ma anche scatenarli quando fosse necessario per difendere un patrimonio irrinunciabile, gente protesa verso gli altri e che abbia senso civico. Con l’orgoglio dell’appartenenza, l’altra faccia dell’identità, e con dirigenti consapevoli, si devono stabilire gli obiettivi strategici. Non si può dare l’impressione che il partito di maggioranza relativa non ne abbia o non riesca a concretizzarli.

Leader e movimento
Ci sono poi il partito e la sua architettura. Berlusconi resta il leader carismatico del Pdl, ma il berlusconismo prevalentemente attuato dai suoi seguaci più fedeli è finito. Il Pdl, al centro come in periferia, deve capire che non c’è alterità tra leadership forti e modello partecipativo. I governi forti hanno bisogno di partiti forti che sappiano dare indirizzi, fare opera di affiancamento e persuasione, rappresentare istanze, essere cerniera con il tessuto sociale. Al contrario si rischia l’instaurazione di tirannidi guidate da chi ha il potere e lo esercita con assoluta discrezionalità e, spesso, senza uno straccio di progetto politico. La presenza di un partito forte deve poter equilibrare l’elezione diretta degli amministratori che troppe volte degenera in mitomania, può innescare un processo di riforma che preveda una più ordinata distribuzione dei poteri tra giunte e assemblee elettive. È contestualmente evidente l’aberrante meccanismo elettorale con cui si compongono Camera e Senato che, di fatto, ha trasformato il Parlamento in un consesso di “nominati”. La riforma è ineludibile. Il tempio della sovranità popolare non può essere composto da otto persone che si chiudono e simulano il gioco del “Risiko”. La soluzione a questo meccanismo è duplice: una legge che introduca le primarie e, quindi, imponga ai partiti di far selezionare i candidati bloccati agli elettori oppure la re-introduzione delle preferenze. Al riguardo occorre sfatare la leggenda che vorrebbe le preferenze legate alla criminalità organizzata. Se così fosse andrebbe immediatamente modificato il sistema elettorale degli enti locali, dove si annidano i maggiori interessi delle cosche, che prevede proporzionale e preferenza. Sarà comunque fondamentale garantire l’assetto bipolare e la governabilità, conquiste irrinunciabili, e mettere a punto le proposte di modifica costituzionale che diano maggiori poteri all’esecutivo e impongano ai parlamentari che volessero cambiare schieramento le immediate dimissioni.

Ordine e disordineCircola una proposta accattivante sulla riorganizzazione del Pdl, quella di un cosiddetto partito federato con più soggetti legati alla medesima casa madre. Le amministrative ci hanno dimostrato che, in molte città, abbiamo perso anche a causa del disordine generato da questi “partiti federati”, talmente federati che si sono talvolta presentati alle elezioni contro il Pdl. Alcune domande s’impongono: quali dovrebbero essere tali soggetti? I gruppi e gruppuscoli parlamentari nati di recente, quelli che nasceranno subito dopo, quelli cofondatori del Pdl oppure i movimenti civici? La differenza è abissale. In alcuni casi si ragionerebbe per varare surrettiziamente all’interno del Pdl supercorrenti, organizzate in micropartiti, nel secondo si tratterebbe di rappresentare il Pdl come una grande galassia capace di sintetizzare esperienze sociali coerenti con la nostra missione. E sui congressi… Come saranno fatti, chi voterà, saranno lo specchio di un partito che vuole continuare ad aprirsi oppure sanciranno l’involuzione nel modello prima Repubblica? Nessuno di noi vuole trasformare il Pdl nel partito delle tessere, ma questo significa coinvolgere i cittadini nelle scelte. Un partito di popolo, dunque. Anzi, il Popolo delle libertà. Quando questo nome fu scelto dalla gente nei gazebo era chiara la volontà di non fare un vecchio partito. Qualcuno oggi dice che è giunto il momento di cambiarlo. Mi permetto di notare che se un partito cambia nome ogni due anni, automaticamente non è serio, risulta instabile e biodegradabile tanto quanto la sua denominazione. Dunque, ci andrei piano con la demolizione del nome, del resto le riflessioni serie non iniziano mai dal nome, altrimenti diventano operazioni di maquillage. Subordinerei viceversa la stagione dei congressi a questo imperativo: rifiutarsi di tornare ai partiti ermetici che si chiudono nel recinto e decidono tutto al loro interno. La proposta del ministro Giorgia Meloni di fare il tesseramento a un euro, aperto fino al giorno del congresso, può essere una soluzione efficace.

Il modello di partitoLa nomina di Angelino Alfano è certamente frutto di in un percorso statutariamente bizzarro, ma è altrettanto vero che la sostituzione dei tre coordinatori avrebbe significato dare loro in pasto ai media come capri espiatori di questa mezza sconfitta elettorale. In cuor suo nessun elettore potrebbe affermare che i mali del Pdl siano personificati da Verdini, La Russa e Bondi. Ricordo il giorno terribile in cui, perse le elezioni, Fini destituì Maurizio Gasparri da coordinatore nazionale di An: una vergogna che riecheggia ancora oggi e che non servì a farla riprendere dal suo lento declino. Dunque, la soluzione trovata può funzionare perché sfugge a logiche ingiustamente punitive e mediatiche creando un sentimento di condivisione nella ripartenza. Ci sarà tempo per aggiustare il quadro, per ora sappiamo che c’è un leader giovane dal linguaggio lineare ed efficace e dobbiamo costruirgli intorno quel che manca per fare un grande movimento. Perché è di questo che abbiamo bisogno, non parlare di chi verrà dopo, ma di “cosa”.

venerdì 3 giugno 2011

Il ritorno alla Terra

di Edoardo Zarelli
Negli ultimi due secoli, l’uomo industriale ha messo in atto una scontata ma controproducente strategia di sopravvivenza: l’abbondanza. Di qualunque cosa avesse bisogno, il trucco era cercare di ottenere sempre di più: una posizione sociale più elevata, una maggiore quantità di beni, di denaro o di informazioni. E senza mai accontentarsi, cercare ancora e ancora, tanto da raggiungere il paradosso: oggi viviamo nell’eccesso. Nell'evidenza della crisi culturale in un'epoca di transizione, è giunto il momento di cambiare, di mutare il paradigma.
I segnali d’allarme sono ovunque: l’individualismo e la solitudine sociale, la precarietà lavorativa ed emotiva, la crisi economica e quella ecologica. Ecco perché si deve iniziare a sviluppare un senso di appagamento per quello che già si possiede, uno stile di vita sobrio ed equilibrato, in netto contrasto con una cultura consumistica che spinge ad avere sempre nuovi bisogni sociali e materiali. D’altronde è ormai riconosciuto universalmente che il perseguimento indefinito della crescita è incompatibile con un pianeta finito, le conseguenze (produrre meno e consumare meno) sono invece ben lungi dall’essere accettate. Ma se non vi sarà un’inversione di rotta, ci attende una catastrofe ecologica e umana, che solo gli ingenui possono pensare risolvibile dalla stessa scienza e la tecnica. Siamo ancora in tempo per immaginare, consapevolmente, un paradigma basato su un’altra logica: quella di una rinascita comunitaria e locale basata sulla “riduzione di scala”, il limite e l’appropriatezza.
Già Heidegger nel novecento formulò l'idea che l'uomo sia impensabile all’esterno del mondo in cui vive, che è determinato dai rapporti tra gli esseri umani e tra questi e la Natura. Queste idee saranno riprese anche da Gregory Bateson, che teorizzerà il pleroma, come il mondo che contiene tutto ciò che è esistente. Vista la situazione sociale e ambientale odierna, l’unica soluzione reale è quella di porre un freno al “treno impazzito” della globalizzazione e della crescita illimitata, che ha trasformato l’attuale società in una “locomotiva che corre a velocità assurda contro un muro”. In altre parole, bisogna opporre al mito della “crescita infinita”, da realizzare in un mondo che ha risorse limitate, l'idea di una economia stazionaria, omeostatica. Questo significa adottare uno stile di vita sobrio, e rispettoso dell’equilibrio tra uomo e Natura, che ci consenta di soddisfare i nostri bisogni naturali, vivendo però in una realtà ecocompatibile. Per realizzare tale scopo, è necessario ricreare i vincoli comunitari, che ricolleghino l’individuo ai suoi vicini, al luogo in cui vive e al potere, sia economico che politico. Oggi, sembra assurdo pensare a una possibilità del genere, visto che il vivere sociale è basato su idee opposte; ma per raggiungere tale obiettivo, bisogna per prima cosa procedere alla decolonizzazione dell’immaginario, per usare l’espressione di Serge Latouche. Secondo l’autore francese, l’attuale sistema socio-economico si regge su tre strumenti, da contrastare in maniera decisa: la pubblicità, che creando desideri artificiali in continuazione, ci spinge al consumismo; il sistema creditizio, che porta tutti a indebitarsi sempre di più e l'obsolescenza dei prodotti, cioè la produzione di oggetti sempre più “usa e getta”, con la conseguenza di dover continuamente comprare prodotti nuovi.
Il centro di questa “rivoluzione” delle mentalità deve essere formato dalle comunità locali, basate su pratiche di vicinato e di legami tradizionali, le quali federandosi tra loro, diano vita per sussidiarietà ad una reale integrazione continentale, da opporre all’attuale società. All’interno di questi aggregati sociali, tutte le forme di potere – economico, politico, finanziario, ecc. – saranno riportate a contatto dell’individuo, e non più prerogativa di poche anonime organizzazioni sovranazionali e che non rispondono direttamente alla volontà popolare. In tale situazione, saranno in grado di sviluppare una forte resilienza, concetto utilizzato in fisica e che indica la capacità di un sistema di resistere a impulsi esterni. Aumentando la propria capacità decisionale, potranno evitare di essere dipendenti da mercati e sistemi produttivi lontanissimi e incontrollabili, stroncando il diffondersi di fenomeni di panico planetario, sia che dipendano da presunte pandemie, o da crisi energetiche o da tracolli finanziari di mercati azionari sparsi per il globo. Per arrivare a questo traguardo, bisogna ripensare il sistema produttivo, energetico, alimentare, finanziario e monetario globale, ridando alle comunità locali una forte autosufficienza, che ovviamente non significa isolazionismo. Tutto questo sembra pura teoria; invece, in Gran Bretagna, e seppur in fase embrionale anche in Italia, ci sono già comunità che si stanno organizzando in tal senso: le Transition Towns. La loro idea di base è quella di riscoprire le tradizioni, le conoscenze manuali e dell’ambiente naturale che circonda le comunità, allo scopo di produrre tutto ciò che è indispensabile a livello locale, importando solo ciò che è assolutamente impossibile ottenere da soli. In questa logica, diventa fondamentale ricreare quei vincoli comunitari tra le persone che condividono un territorio, con particolare riguardo al legame tra le vecchie e le nuove generazioni, organizzando momenti di scambio di informazioni su usi e tradizioni.
Così facendo, si riduce fortemente l’impatto ambientale causato dai sistemi di stoccaggio e di trasporto delle merci; inoltre, per aumentare tale effetto benefico, si stanno implementando centri locali di produzione di energie rinnovabili, le quali - insieme al risparmio - emancipino le trasformazioni d'uso dalle risorse energetiche fossili. Anche in campo finanziario e monetario, si stanno creando vie alternative a quelle globalizzate. Grazie a un sistema di monete complementarie locali – che inibiscono i fenomeni inflattivi - le piccole attività commerciali e artigiane territoriali riprendendo impulso, sottraendosi ai monopoli della grande distribuzione organizzata.
Se processi di autoconsumo, risparmio energetico e relazioni di scambio che non transitino necessariamente per il mercato – come la reciprocità - possono incrementare la qualità della vita di contro alla logica perversa dello “sviluppo illimitato”, la via dell'autosufficienza include singoli e comunità che praticano la sobrietà e la semplicità volontaria, la riduzione della filiera produttiva e della mobilità, il radicamento locale ed il “ritorno alla terra”. Le pratiche che aiutano l'autosufficienza includono la costruzione autonoma, la permacultura, l'agricoltura sostenibile e biologica, il riciclaggio dei rifiuti e il compostaggio e l'energia rinnovabile. Spesso, quindi, la sfera del “fai da te” - consapevolmente o meno - rinunciando alla spirale dei consumi inutili e dispendiosi è una via condivisa dai più e praticata da molti. Tutte queste iniziative servono per ricreare solidarietà partecipe tra gli appartenenti alle comunità, e tra queste e l’ambiente naturale in cui vivono.
È affidata alle coscienze l'urgenza di passare all’azione, cominciando personalmente con le "buone pratiche", primo passo per ricreare quella consapevolezza del bene comune, che rappresenta il vero termine di paragone per affrontare le contraddizioni sociali e ambientali su cui si gioca il destino della nostra civiltà.

mercoledì 1 giugno 2011

Meloni: ora ricambio generazionale e primarie per legge

Roma, 1 giu. - (Adnkronos) - Ricambio generazionale e piu' potere alla base. Sono queste le due strade da percorre per risolvere il "problema della selezione della classe dirigente nel Pdl". Ne e' convinta il ministro della Gioventu' Giorgia Meloni in un'intervista a 'Libero'. "Quando il partito mette in pista energie fresche legate al territorio, vince. Dobbiamo favorire la partecipazione della base: le primarie, ad esempio, sarebbero una prima risposta", continua il ministro.
"Dobbiamo dare a tutti la possibilita' di scegliere i nostri dirigenti - sottolinea Meloni - ad ogni livello. Una strada potrebbe essere quella di tenere aperto il tesseramento fino al giorno del congresso, con la tessera al costo di un euro", e' la proposta del ministro. E sulle voci che la vedrebbero al Campidoglio dopo Gianni Alemanno, Meloni frena: "si ricandidera' com'e' giusto che sia".

sabato 28 maggio 2011

Oltre il PdL un altro PdL. Un po' meglio

di Marcello De Angelis

Fibrillazione. Parola orrenda che viene usata spesso per indicare serpeggiante mugugno tra le fila della maggioranza. Solo in quel caso si adotta il termine. A sinistra, dove il sindaco di Firenze Renzi da mesi propone addirittura la "rottamazione" di tutta la classe dirigente di tutte le sinistre, è "acceso dibattito".
E sia, il presidente della regione Lombardia Formigoni ha parlato di primarie per scegliere l'eventuale successore di Berlusconi e ha detto che potrebbe autoproporsi. Altri esponenti del Pdl - e in particolare i cosiddetti ex-An, rei di incontrarsi continuamente a cena - avrebbero formulato "proposte" innovative. Oddio, tanto innovative non sarebbero.
Qualcuno ha rilanciato l'idea (eretica?) di fare dei congressi - pratica abbastanza comune in qualsiasi associazione. Qualcuno vorrebbe ritoccare la legge elettorale per introdurre il premio su base nazionale al Senato. Si vocifera che da qualche parte - non meglio "etichettata" - sia anche arrivata la proposta di commissariare tutte le funzioni dell'organizzazione (che sono già tutte "di nomina" quindi cosa cambierebbe?).
Gli ex-An (che definizione orrenda) ovviamente cospirano per "rifare" An. Daltronde da mesi suonano, in altre cene, fanfare in ricordo dello "spirito del ‘94" ed è partito anche qualche appello a Silvio perché torni quello, appunto, del ‘94. Sicuramente anche il premier sarebbe ben felice di tornare indietro di diciassette anni (e chi non lo sarebbe?) ma queste cose di solito non accadono. Il tempo ha il vizio di scorrere sempre nella stessa direzione. La politica non fa eccezione. Le rifondazioni, oltre ad emanare odore di stantìo, di solito non funzionano. Anzi, non funzionano mai. Che si tratti di rifondare partiti comunisti, alleanze nazionali o forze italie. In politica, dopo l'oggi, c'è sempre il domani. Uno ieri più fulgido non c'è mai. Quindi dopo il Pdl ci sarà, nientepopodimeno che... il Pdl. Magari rimescolato, con nuove regole (anche se le vecchie ancora non ha capito nessuno quali fossero), forse con un minimo, indolore ma fisiologico smucinamento di classe dirigente, ma senza traumi.
E se tanti o tutti dovessero considerare conclusa o abortita l'esperienza del Pdl, ci sarà un'altra alleanza di centrodestra (con qualcuno di più, qualcuno di meno o qualcuno di diverso).

venerdì 6 maggio 2011

Al «Secolo d’Italia» arriva De Angelis: «Diranno che sono un ex terrorista»

«Ora diranno che hanno messo un ex terrorista a dirigere un giornale» dice Marcello De Angelis, un passato controverso nell’estremismo nero, dal carcere per associazione sovversiva al giornalismo d’area (e proprio Area si chiama il mensile della destra sociale che ha diretto per anni), fino al Secolo d’Italia, il cui Cda l’ha appena designato direttore per la fase del post-Fini. De Angelis fa parte dei lealisti del Pdl, di cui è deputato, in quota Gianni Alemanno, suo testimone di nozze nel 2008, lo stesso giorno in cui l’ex segretario nazionale del Fronte della gioventù fu incoronato sindaco di Roma.
«Una sfida difficile» riconosce subito dopo la nomina, scherzando sulla sua storia di «uomo nero», «man in black» della destra dura. Quella di Terza posizione, organizzazione nata nella seconda metà degli anni ’70 da Lotta studentesca, già in collisione con il Msi considerato troppo «reazionario». L’ideologia del movimentismo nero era riassunta in un motto: «Militare nelle sfere di Terza Posizione significa combattere l’imperialismo russo-americano, rifiutare e sabotare i due fronti politici, commerciali, militari legati al Cremlino e alla Casa Bianca». De Angelis era il portavoce di Terza Posizione, duro e puro entrato nel movimento insieme al fratello maggiore Nazareno detto «Nanni» (morto a Rebibbia 30 anni fa).
Dopo la strage di Bologna del 1980 Terza Posizione viene messa al bando e i suoi capi (molti dei quali latitanti in Gran Bretagna) ricercati per associazione sovversiva a banda armata. De Angelis parte per Londra ma viene arrestato e per sei mesi resta nel carcere londinese di Brixton. Lo Stato inglese nega l’estradizione e De Angelis, una volta uscito di prigione, inizia a lavorare come grafico. Quando torna in Italia si costituisce, viene condannato a 5 anni di reclusione e ne sconta 3. Uscito dal carcere nel 1989, scopre che le canzoni che aveva registrato su una cassetta hanno sfondato negli ambienti della destra romana. Dà un nome al suo gruppo, «270bis», come l’articolo del codice penale per il quale si è ritrovato in cella. Tra i successi musicali (molto di nicchia), due titoli su tutti: Claretta e Ben e Settembre nero, a sostegno della lotta palestinese. Negli anni ’70 ha anche dedicato una canzone a Rigoberto López Pérez, l’assassino del dittatore del Nicaragua, intitolata Il Poeta. Prima di lanciare Area, De Angelis aveva diretto insieme all’ex leader di Prima Linea Maurice Bignami un giornale intitolato La spina nel fianco.
Entra in An fin dalla fondazione, continua il lavoro giornalistico con L’Italia settimanale di Marcello Veneziani, quindi il mensile della destra storaciana e alemanniana, ora lo storico quotidiano della destra. «In bocca al lupo a Marcello De Angelis da chi lo ha preceduto al timone del Secolo d’Italia, certo che darà un libero contributo di idee al futuro del centrodestra per un progetto bipolare che si consolidi nel tempo», dice Maurizio Gasparri. Compito difficile, roba da «man in black».

lunedì 28 marzo 2011

Se l'occidente si crede Dio

Nei bei tempi andati le Potenze quando volevano una cosa mandavano le cannoniere e se la prendevano. Era un metodo brutale ma, almeno, intellettualmente onesto. Oggi noi ci vergogniamo di fare la guerra. Una società che si è inventata uno “Statuto dei diritti degli animali” e dove se dai una pedata a un cane puoi finire in galera (l’unico modo di rispettare un cane è trattarlo da cane, altrimenti è lui a non rispettarti) non può permettersela. Naturalmente le guerre si fanno lo stesso, perché sono parte della storia dell’uomo, ma con cattiva coscienza pensando di salvarsi l’anima chiamandole con altri nomi: operazioni di polizia internazionale, di “peace keeping”, missioni in difesa dei “diritti umani”.
Con i “diritti umani” nell’Occidente liberale, democratico, illuminista, non si scherza. In nome loro siamo disposti a fare delle vere carneficine. Siamo i nuovi Robin Hood, cavalieri senza macchia e senza paura che difendono i Deboli contro i Forti, il Bene contro il Male che per noi è sempre Assoluto e non può avere dalla sua ragione alcuna. L’Occidente si è sostituito a Dio e amministra la Giustizia Universale, attraverso una sua polizia internazionale chiamata Nato alla cui testa c’è un Paese dalla morale specchiatissima, il vero faro della “cultura superiore”, l’unico ad aver sganciato l’Atomica, il solo ad avere praticato, in tempi moderni, la schiavitù, scomparsa dall’epoca romana, che ha avuto fino a mezzo secolo fa l’apartheid, che nel dopoguerra si è reso protagonista, secondo un conteggio di Gore Vidal, di 166 attacchi ad altri Stati non motivati da aggressioni nei suoi confronti, che ha 66 basi militari in 19 Paesi del mondo (senza contare quelle dell’Alleanza Atlantica, che son poi ancora basi Usa) e la cui storia è cominciata con un genocidio, anche a base di “armi chimiche” (whisky) su un popolo praticamente inerme (Winchester contro frecce).
In Serbia, in nome dei “diritti umani”, si fecero 5500 vittime civili, di cui 500 erano albanesi cioè quelli che si intendeva difendere, si è perpetrata (dopo quella del presidente croato Tudjman, nostro alleato: 800 mila serbi cacciati in un solo giorno dalle krajne) la più grande “pulizia etnica” dei Balcani: dei 360 mila serbi che vivevano in Kosovo ne sono rimasti solo 60 mila. In compenso c’è la più grande base americana del mondo. Ma questo era solo l’esordio dei “diritti umani”. In Iraq l’intervento americano ha provocato 170 mila morti, infinitamente di più di quanti ne avesse fatti Saddam Hussein in decenni di satrapia (il calcolo è stato fatto, molto semplicemente, da una rivista medica inglese confrontando i decessi dell’era Saddam con gli anni dell’intervento americano). Ma non è finita perché, acquisito l’Iraq come neoprotettorato Usa, si è innescata una feroce guerra civile fra sciiti e sunniti con decine e a volte centinaia di morti quasi ogni giorno, divenuti cosa così abituale che la stampa occidentale non ne dà più notizia, a meno che non venga accoppato qualche cristiano e allora ci sono le geremiadi del Papa che non ha mai speso una parola, dicansi una, per le vittime civili, adulti maschi, vecchi, donne, bambini, provocate dai bombardamenti Nato in Afghanistan.
Recita un rapporto Onu del 2009: «La maggioranza delle vittime civili (circa 60 mila, ndr) è causata dai bombardamenti della Nato». Perché i difensori dei “diritti umani”, i cavalieri senza macchia e senza paura, non hanno nemmeno più il coraggio di combattere. «Se potessi» ha detto Barack Obama «manderei in Afghanistan solo i robot, per risparmiare la vita dei nostri soldati». E gli afgani? E i Talebani? Non sono uomini propriamente detti, non appartengono alla “cultura superiore”. Ma il combattente che non combatte, approfittando della sua enorme superiorità tecnologica, perde ogni legittimità. In Afghanistan come in Libia.

di Massimo Fini

giovedì 3 febbraio 2011

Casaggì risponde alle accuse dell'ANPI

Quest’oggi abbiamo appreso a mezzo stampa e web che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia si è mobilitata contro il corteo del prossimo 5 febbraio, che è stato da noi organizzato a Firenze per ricordare i martiri delle foibe e che vedrà la partecipazione di migliaia di cittadini e di decine di esponenti politici, tra i quali il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni.
Non accettiamo nessuna lezione di vita, e tanto meno di storia, dall’ANPI Firenze. Non ci interessano minimamente le loro invettive e, in molti casi, le troviamo assolutamente ridicole. Come troviamo altrettanto divertente il fatto che, nel 2011, esistano associazioni di trentenni che si spacciano per reduci di una guerra conclusasi nel 1945 e vadano in giro coi soldi pubblici a fare propaganda politica.
Troviamo ridicolo e inutile il loro comunicato, nel quale ci si dissocia dal tema delle foibe puntando il dito – con i soliti pretesti delle “trame nere” – contro gli organizzatori del corteo, cioè noi. Un tema, se sta a cuore, è valido a prescindere da chi lo porta avanti. Evidentemente gli intenti sono altri: negazionisti, revisionisti e ideologizzati. Non a caso si afferma che “la storia del fascismo e dei suoi misfatti non può essere raccontata dai neofascisti”. Peccato che il Fascismo, con l’eccidio perpetrato dal maresciallo Tito e dai suoi partigiani ai danni di innocenti con la sola colpa di essere italiani, non c’entri nulla.
Ma, evidentemente, la loro è soltanto solidarietà militante verso i colleghi titini. Anziché preoccuparsi di riscrivere la storia, l’ANPI dovrebbe pensare a rendere pubblica quella che i propri "esempi" hanno scritto e che Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa hanno fatto conoscere: fosse comuni, attentati, epurazioni, stermini, torture, fucilazioni sommarie, gente che accendeva le luci durante i bombardamenti, stupri e violenze di massa. E, al posto di Norimberga, qualche medaglia al valore e una bella pensione.
Diamo appuntamento a tutti Sabato 5 febbraio alle ore 17 in piazza Savonarola, a Firenze. Per un corteo libero, partecipato e trasversale. Un corteo nato per ricordare dei morti, che non meritano – dopo decenni di silenzio – di essere uccisi ancora una volta dalle invettive di chi antepone l’odio alla coscienza di popolo e alla memoria collettiva.

Il direttivo di Casaggì Firenze

martedì 11 gennaio 2011

FOIBE: 5 FEBBRAIO GRANDE CORTEO A FIRENZE. CON GIORGIA MELONI!


I tricolori al vento, il passo composto di una grande fiumana di gente, le testimonianze di chi c’era e gli interventi di chi crede, oggi come ieri, nella verità. Ogni anno, a Firenze, la destra politica, unita dal tricolore, scende in piazza per ricordare i martiri delle foibe e le vittime del comunismo.

Migliaia di innocenti uccisi e torturati perché italiani, gettati vivi nelle cavità carsiche del confine orientale e massacrati dall’odio comunista. Migliaia di innocenti costretti a fuggire dalle loro case, lasciando tutti i loro beni, per vivere una vita da esuli in Patria, con la sola “colpa” di non aver rinnegato la propria italianità. Un crimine infame, passato sotto silenzio per decenni. Anni di menzogne per coprire una verità scomoda, che la sinistra italiana ha mascherato con ogni mezzo.

Nel 2004 in Italia una legge nazionale ha istituito la “Giornata del Ricordo” in memoria dei martiri delle foibe e dei 350.000 esuli istriani, giuliani e dalmati. Una giornata che ogni Nazione civile dovrebbe commemorare senza divisioni, ma che invece trova ancora dei fervidi oppositori fuori tempo massimo.

Noi, come ogni anno, saremo in piazza. Ci saremo per costruire la memoria condivisa di questo paese. Per onorare la nostra identità nazionale e riportare il tricolore a Firenze. Ci saremo perché abbiamo una coscienza di popolo e non di classe. Ci saremo, uniti, per ricordare i martiri della nostra Patria. Ci saremo per non dimenticare quei morti di “serie B” che la storia ha relegato ai margini. Ci saremo per ricordare tutte le vittime del comunismo. Ci saremo, al fianco del Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, dell’On. Annagrazia Calabria, dei vertici nazionali della Giovane Italia e delle tante personalità che parteciperanno alla marcia.

FOIBE: IO NON SCORDO
GRANDE CORTEO CONTRO I CRIMINI DEL COMUNISMO
SABATO 5 FEBBRAIO H.17 - PIAZZA SAVONAROLA, FIRENZE